Christian Metz, il quale, appunto analizzando la rappresentazione cinematografica, così veniva a scrivere:
"[...] da un lato si ha una vocazione "riproduttiva", che fa ricorso alla fedeltà mimetica e all'evidenza del materiale fotografico; dall'altro una vocazione per così dire "produttiva", caratterizzata da un legame del tutto accidentale con il dato oggettivo, e che trova il suo sbocco nella manipolazione dei dati di partenza, nella loro rielaborazione creativa, nella loro ristrutturazione sistematica, nel loro rimescolamento. La macchina da presa verrebbe nel primo caso a porsi come un dispositivo "neutro" sia in senso ideologico che tecnico, e cioè come un qualcosa in grado di restituire con oggettività e senza mediazioni il mondo rappresentato; mentre nel secondo caso si presenterebbe come meccanismo "prepotente", pronto a imporre la propria visione del mondo (in senso letterale: e cioè pronto a ridurre la realtà a un'immagine delimitata, piatta, legata alla prospettiva centrale ecc.), e per tali ragioni strutturalmente incapace di intrattenere un rapporto oggettivo con le cose".
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