Nel mondo di Alice
di Pier Aldo Rovatti
(da "aut aut" 276, novembre-dicembre 1996)
E' il 'mondo' nel quale Gilles Deleuze contro-effettua la sua idea di senso (cfr. Logica del senso, 1969). Alice è il notissimo personaggio di Lewis Carroll, e per spiazzare ancora di più il lettore Deleuze presenta il mondo di Alice come il doppio dell'antica filosofia stoica. Sembra solo una questione di superfici, ma questa poi si rivela la questione più ardua. Se Nietzsche l'aveva compreso, e aveva capito che proprio a ciò miravano i Greci, si tratta però di andare al di là di Nietzsche stesso...
Fermiamoci un momento. Ce ne è già abbastanza per molte domande: vediamole, cercando un filo. La domanda sul senso, innanzi tutto: senso, per Deleuze, non corrisponde a nessuna delle ovvietà che accompagnano questa parola nel linguaggio ordinario, che anzi lo tradiscono rendendolo buono o comune. Di solito il senso viene pensato e adoperato servendosi di una filosofia implicita che ricava la propria verità dalla coppia profondità/altezza. In Logica del senso Deleuze vuole detronizzare queste due immagini accoppiate di filosofia e cerca di inventare un'immagine terza in cui il senso diventi il pensiero della superficie: non ci dovrebbe più essere fondo, né fondo senza fondo, ma non ci dovrebbe essere neanche più altezza, un 'oggetto' del sopra o un super-oggetto che dia al senso la buona direzione. Ma se si annullano, con un medesimo gesto, la follia delle profondità e l'apparente salute mentale delle altezze, le quali bloccano il senso in una ordinata catena di significati e insomma ci impediscono di capire cosa ci sta accadendo, che resta?
Alla superficie, una volta che vi risalissimo, tutto potrebbe apparirci appiattito o senza spessore, appunto come il mondo di carte da gioco che Alice incontra nelle sue avventure. Ma qui, in questo 'mondo' all'apparenza piatto, Deleuze, dopo Nietzsche, gioca tutta la sua partita, inscena il proprio colpo di teatro filosofico. Solo nelle condizioni della superficie riguadagnata possono infatti prender vita i suoi personaggi concettuali: l'evento, la singolarità, il fantasma, il tempo senza presente, il concatenamento. Personaggi che ci hanno affascinato e ancora ci prendono, quando leggiamo le pagine di Deleuze, ma che - dobbiamo pure confessarlo - restano per noi esotici, come certe parole che usa Carroll, o almeno poco maneggevoli. Che cosa è dunque questo mondo delle superfici, e a che ci può servire Alice?
Il meno che si possa dire è che il mondo superficiale lungo il quale corre il senso non è appiattibile su un'idea semplice di superficie: è, viceversa, il mondo del non-senso, del paradosso, in cui la duplicità precede il senso (inteso come direzione), in cui non ci sono cause, in cui non c'è mai il nunc stans di un presente. Potremmo dire: è un mondo topologicamente complesso in cui nessun elemento va da solo, ma c'è sempre una doppia serie, e le serie non sono convergenti, o almeno, se convergono, lo fanno nell'ambito di una 'logica' della divergenza. Ma ancora: che significa questo? Di che 'serie' si tratta e perché chiamarle in causa?
Deleuze è martellante su questo punto: in Alice sono le due serie del mangiare e del parlare, per noi potrebbe essere, più semplicemente (!), la serie delle cose e degli stati di cose e la serie di quelle che di solito chiamiamo idee; di là i corpi e le loro mescolanze (come suggerivano gli stoici), di qua l'incorporeità delle parole e delle immagini. Attenzione, perché è proprio qui che Deleuze lancia la sua sfida filosofica. Possiamo accettarla oppure rifiutarla, ma questa sfida consiste nel farci riflettere al fatto che normalmente noi tendiamo a far convergere le due serie in modo che si avvicinino il più possibile, e che magari si sovrappongano: i corpi potrebbero mangiarsi le parole, le parole sciogliere i corpi, e questo è successo tante volte nella storia del pensiero, ma poi noi vorremmo una sintesi a metà, una mediazione, una buona commistione di corpi e parole. C'è però un'altra strada, quella che lascia sussistere le serie nella loro differenza, sempre almeno due e divergenti. Per batterla bisognerebbe convincersi che il non-senso e il paradosso non sono ostacoli sul cammino ma, tutto al contrario, ciò che segna il cammino e permette di muoversi.
Una volta che siamo riusciti a risalire alla superficie, abbandonando le profondità dei corpi (una sola serie: mangiare), e abbiamo vinto l'illusione delle altezze (voci che ancora non si articolano in un linguaggio: la chiamata della coscienza con la sua corona di idealità, ancora un'unica serie), non approdiamo alla quiete di una terza dimensione, alla sintesi di un soggetto ritrovato, qui e ora. Questo ritorno fenomenologico non può ripetere il rapporto di opposizione-esclusione tra profondità e altezza. E' proprio la natura del rapporto che secondo Deleuze deve cambiare radicalmente: per superare la logica binaria (cui si sottomettono i nostri normali regimi di verità) il rapporto dovrà essere inclusivo, tenere insieme le serie divergenti senza che l'una si identifichi con l'altra. Perciò la superficie non si contrappone alla profondità né all'altezza, perciò non può essere uno spazio qualunque.
Con il termine 'topologico' Deleuze intende indicarci, sfruttando ancora il senso comune di un sapere scientifico, questa diversità: non solo spazio ormai mancante di un centro soggettivo, di un orientamento a partire da un io, ma anche (e perciò) luogo della duplicità, dove la direzione è sempre almeno doppia e dove non è più possibile segnare il confine tra dentro e fuori sul modello dell'opposizione tra sopra e sotto. L'interno e l'esterno, rapporto che modifica in modo decisivo quello normale tra sopra e sotto (superficie e fondo), si coappartengono senza escludersi e senza identificarsi, ed è proprio il loro modo di stare assieme (sintesi disgiuntiva, per dirla con Deleuze, o, più tardi, agencement, concatenamento) che garantisce la distinzione.
Sembra allora che siamo entrati nella terra di ciò che non ha senso, appunto il mondo nonsense di Carroll, in cui Alice si avventura attraversando lo specchio, il mondo incorporeo e atemporale degli eventi, dice Deleuze, ma si badi che qui è ancora e proprio questione di corpi e di tempi, corpi che ingrandiscono e rimpiccioliscono, che diventano attivi e passivi, tempi che aggirano ogni volta il presente, la prima persona o la seconda o la terza del presente indicativo, sostituendole con la follia di una quarta persona singolare ('piove', 'verdeggia', 'accade') o di un infinito che taglia ogni volta il momento presente ('piovere', 'verdeggiare', 'divenire') rilasciandolo contemporaneamente nel futuro e nel passato. O addirittura sembra che ci siamo introdotti in uno di quei mondi impossibili cui solo i letterati e i sognatori prestano fede.
Ora Deleuze afferma che questo non-senso è la radice di ogni senso, se siamo d'accordo che il senso non si esaurisce in qualcosa che si manifesta, in qualcosa che si designa o che si significa, come se, insomma, da una parte o dall'altra dell'atto di coscienza o conoscenza ci fossero stabili sponde alle quali appoggiarsi e rivolgersi: come se, in altri termini, tutta la questione del senso si lasciasse prendere in una scena fenomenologica assicurata, a riva, da un polo noetico, e garantita, nel mare dell'esperienza del mondo circostante, da un oggetto noematico, l'io e l'oggetto qualunque = x. Deleuze osserva che non disponiamo di questa presa, anche se ogni volta ci comportiamo come se essa fosse alla nostra portata.
Il senso non è una qualche causa nascosta e manifestabile, non sta in qualche luogo, non si può smarrire e ritrovare: piuttosto dovremmo pensarlo come un effetto (un effetto senza causa!), come una linea impalpabile che corre lungo i margini mobili di ciò che a rigore non dovrebbe avere margini, o forse anche, e meglio, come un punto che percorre questa linea (e insomma la traccia), che corre anzi su di essa senza che possiamo fissarlo. Prendiamo una proposizione qualsiasi. Essa non è la cosa che designa e significa. Non è l'io che vi si manifesta. Non è neanche il significato che contiene. Oppure è tutto questo, ma perché abbia senso deve essere distante dalla cosa senza però sganciarsi da essa, e deve avvicinarsi il più possibile alla cosa senza però identificarsi con essa.
La catena delle significazioni e dei significanti ci immette in una serie infinita di rimandi. Tra la cosa e il nome della cosa (ancora Carroll insegna) c'è sempre uno scarto e dunque un rilancio possibile: ecco un primo paradosso. Ma non è questo che interessa Deleuze. L"espresso' non significabile di una proposizione qualsiasi, il suo senso, non si perde in un rilancio senza fine, ma si attesta, con un'altra paradossalità, nell'evento in cui la proposizione si immette, singolarità impassibile e neutra (Deleuze continua a guardare agli stoici) che congiunge l'interno della proposizione con l'esterno degli stati di cose, rendendo così visibili le due serie e la loro divergenza.
L'esempio topologico del nastro di Moebius (caro anche a Lacan), che ci dà visivamente l'idea di un correre sulla superficie passando dall'esterno all'interno o dall'interno all'esterno senza bisogno di presupporre né un sotto né un sopra, anzi neutralizzando questa verticalità, aiuta Deleuze e anche noi a capire cosa Deleuze intende per senso. Ma non basta: è un esempio ancora troppo formale e rigido. Il senso, questo "vapore che si alza alla frontiera", corrisponde all'evento, e l'evento, se pure ha da caratterizzare un inusitato campo trascendentale, per quanto neutro, impassibile, gioco puro senza vincitori né vinti, tuttavia è sempre qualcosa di singolare;
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