“L’unità elementare del linguaggio”, scrivono Deleuze e Guattari, è infatti “la parola d’ordine”
Il linguaggio non comunica, come la danza profumata delle api, ordina, comanda, istruisce: “Lo si può vedere nei comunicati della polizia o del governo, che si curano ben poco di verosimiglianza o di veridicità, ma dicono a chiare lettere quel che dev’essere rispettato e tenuto a mente”.[40] Il linguaggio sembra avere un unico scopo, controllare e regolarizzare il flusso dell’immanenza: “Le parole d’ordine segnano arresti, composizioni stratificate, organizzate”.[41] Per questa ragione per ritrovare il movimento dell’immanenza occorre rinunciare al linguaggio, almeno a quello che è un “contrassegno di potere”;[42] ogni parola, ogni enunciato, è una “parola d’ordine”, cioè un contenitore che chiude e isola una porzione di movimento, la tira fuori dalle rete di connessioni in cui vive, la trasforma in una sostanza, in una cosa. Il linguaggio in quanto “parola d’ordine” si frappone alla vita, e rappresenta il suo contrario, una istanza di morte:[43] “Il linguaggio non è la vita, dà ordini alla vita; la vita non parla, ascolta e attende. In ogni parola d’ordine, pure in quella di un padre a suo figlio, c’è una piccola sentenza di morte – un Verdetto, diceva Kafka”.[44] Ecco allora perché il primo e fondamentale momento del percorso di Kierkegaard verso l’immanenza sia il silenzio, che è ancora nell’orbita del linguaggio, e tuttavia non è più una “sentenza di morte”,[45] bensì una specie di parola “lasciapassare”;[46] perché per l’immanenza si deve passare per il linguaggio, e quindi occorre “trasformare le composizioni d’ordine in componenti di passaggio”.[47]Trasformare il linguaggio in un “passaggio”, perché “la vita” – come il giglio nel campo e l’uccello nel cielo – “non parla, ascolta e attende”; ecco il perché del silenzio.
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