Nei labirinti il percorso è senza errori possibili, anche se confonde il visitatore, che perde il senso dell’orientamento. È strettamente legato al tema del Sacro, ed è stato molto utilizzato nelle tradizioni religiose. Il labirinto simboleggia un percorso interiore attraverso il quale lo spirito si può evolvere e innalzare ad un livello superiore. Il centro del labirinto, secondo Mircea Eliade, rappresenterebbe la sacralità. Il cammino tortuoso per arrivarci assumerebbe quindi una funzione di protezione del sacro nei confronti dei profani, essendone riservato l’accesso ai soli iniziati: la difesa di un luogo sacro, di un tesoro molto prosaico (fatto di denaro o di beni materiali) o spirituale (immortalità, virtù, elevazione al divino, conoscenza di sé). Se si osserva, ad esempio, il labirinto della Cattedrale di Chartres (XII sec.), si nota che non c’è una sola biforcazione. Questo perché non si voleva far perdere il pellegrino o farlo uscire, ma condurlo al centro.
Frank Lloyd Wright. La sua “architettura organica” definisce le caratteristiche geometriche di un oggetto, cioè dei suoi elementi costitutivi, attraverso un processo di astrazione. Le maglie quadrangolari, esagonali e circolari dei suoi edifici condividono con altrettanti “edifici naturali”, quali le conchiglie, i cristalli e gli alveari, i parametri guida e gli schemi di crescita delle loro strutture.
Umberto Eco[7] ha tracciato la storia del difficile e controverso tentativo umano di classificare la realtà tramite un dizionario o un’enciclopedia, e ha associato l’evoluzione dell’enciclopedia all’evoluzione storica del labirinto, da unicursale a multicursale a rete. Siamo ormai, potremmo dire, in un “labirinto virtuale aperto”, con più entrare e uscite dove la vera trappola è il sovraffollamento. Il suo collega e amico semiologo Roland Barthes, nell’anno accademico 1978-1979, al Collège de France di Parigi, tenne un memorabile seminario intitolato La metafora del labirinto: ricerche interdisciplinari[8], con forti accenti autobiografici: «Labirinto. Unica risonanza in me: voler raggiungere l’essere amato (che si trova al centro e non poterlo fare). Forma tipica dell’incubo, forma infantile: non poter raggiungere la propria madre; tema del bambino perduto, abbandonato. È un labirinto dal momento dell’ingresso. (…) Ci si identifica classicamente con Teseo, ma ci si può identificare con Minosse: restare chiuso, protetto (dormire); non si parla mai del labirinto come protezione». Con i suoi ospiti e studenti, Barthes giunse alla conclusione che il “Labirinto” è forse una falsa metafora, poiché la sua forma è così topica, così pregnante, che in essa la lettera ha il sopravvento sul simbolo: «il labirinto genera dei racconti, non delle immagini”. Per questo motivo il Seminario terminò non con delle conclusioni, ma con una nuova domanda: non “Cos’è un Labirinto?”, o anche “Come uscirne?», ma piuttosto “Dove comincia un Labirinto?”.
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