Il greco non spera, il greco sa, tende a sapere; colui che spera si configura come contrapposto a colui che sa, nella misura in cui chi sa è conseguentemente titolare di un potere, e chi può fare o non fare non ha motivo di sperare. Il greco tutt’al più parla di buona speranza, in termini cioè morali, legata a un buon senso comune: la speranza, cioè, che la buona vita che conduco comporti un proseguimento della vita, che la virtù doni immortalità.



È necessario un fondamento certo, sicuro, saldo. Quale fondamento allora per la speranza annunciata da Paolo? Quello della fede, del rapporto rinnovato, restaurato, fra Dio e l’uomo. Di cosa parla invece Paolo quando accenna alla disperazione dei pagani? Egli, secondo Cacciari, si riferirebbe alla loro infinita ricerca di conoscenza, al loro radicale interrogare, allo scetticismo su ogni cosa: tutto ciò è senza fine perché mai può esservi un termine per questa ricerca. Il greco problematizza sempre; anche quando giunge ai principi primi, ai dogmata, essi sono ri-discussi, ri-pensati. La disperazione dei pagani per Paolo, è essere privi di un fondamento sicuro su cui procedere, e del resto, il termine latino spes, rimanda direttamente a qualcosa che dà piede, che consente di camminare. Questa inquisitio greca, può essere veramente definita o accostata alla disperazione? Secondo il filosofo veneziano no.

La disperazione vera si dà quando tutto è fermo, quando regna la morte. La ricerca greca è, piuttosto, sintomo dell’ uomo vivo che, in modo incoercibile, tende a conoscere, proprio perché è continuamente insicuro, incerto, pre-occupato. Una instabilità che, lungi da condurre a disperazione, produce movimento, ricerca, inventio.

gli elementi si distinguono senza separarsi. Una vera e propria teologia della disperazione e dell’angustia si lega, si connette alla speranza come dono di Dio; in questo punto della finitezza dell’uomo, nel suo mancare sempre a se stesso, ci si apre ontologicamente alla speranza. Insecuritas e Securitas si rincorrono e si coimplicano, l’incertezza radicale dà fondamento alla speranza, questo è il paradosso, l’incertezza che fonda.


un limite fra finito e infinito, il filosofo si chiede se arrestarsi o provare a pensare il movimento di questa relazione.


nel fondamento stesso, che non è umano, ma rivelato, vi sia una speranza divina che partecipa in quanto speranza, a quella umana. Così la speranza umana è fondata su quella divina e la relazione è alla pari.


la questione della partecipazione del fondamento certo alla nostra speranza umana sembra ricalcare la problematica della partecipazione delle idee con gli oggetti sensibili, discusso da Platone nel Parmenide.


le contraddizioni, ma a sostare in esse, vivendo il loro divino movimento.

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