Sulla nozione molto discussa di identità, tempo fa si è espresso l'antropologo Francesco Remotti. Remotti scrive di identità come di una parola "avvelenata" perché "promette ciò che non c'è, ci illude su ciò che non siamo; perché fa passare per reale ciò che invece è una finzione, o al massimo un'aspirazione". Insomma la considera un argine, troppo spesso utilizzato in maniera risolutoria per sopperire, in realtà, alla mancanza di altre definizioni.
a che fare con l'identità. Con la metamorfosi certo, le trasformazioni, i passaggi, il tempo. Ma l'identità resta una chiave che potrebbe essere quella più utile a penetrare e spiritualizzare la complessità dei suoi processi.
portando dentro a un'analisi che prescinde da lui stesso, per contemplare il resto.
Ogni volto è l'espressione di un "io" che si lega all'immanenza, alla caducità, alla pesantezza di un idolo, alla popolarità di un'iconografia. L'effige di un volto incorniciato nelframe di un pacchetto di sigari brasiliani, o in quello di un'antica moneta romana, non si abissa nell'elucubrazione di un'alterità, ma diviene il segno "apoteotico" di un'autocelebrazione che volontariamente assume toni grotteschi, blasfemi, quasi cerimoniali.
esiste nella sua immanenza, di demone chiuso dentro al sarcofago di una scultura. La coda da scorpione, il pene a forma di serpente, le ali da uccello, pazuzu
Tutta questa materia, prega e si fa liturgica, poi si rigenera sotto altre spoglie, rimesta le culture e le forme di un culto devoto.
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