L’enunciazione si dà (notare l’impersonale), in divenire, nelle pieghe del continuum, e il soggetto non ha alcuna prerogativa su di essa: la frase Matteo dona un fiore a Greta diviene ugualmente sgrammaticata sia che si elimini Matteo, sia che si elimini fiore sia che si elimini Greta. Chiamiamola logica dei relativi (Peirce), chiamiamola teoria delle valenze (Blanchot): basta dimenticare per un attimo lo sfortunato abito occidentale della struttura soggetto-predicato per capire che il soggetto non ha alcuna autorità sulla determinatezza del senso. C’è l’evento, quella che Deleuze e Guattari chiamano ecceità (“individuazione senza soggetto”), e solo successivamente i poli del discorso vanno a posizionarsi dove meglio credono.

Il segno mostra, l’interpretante dice: molto del problema sta qui, nell’inemendabile struttura linguistica con cui si dà ogni percetto (vedi i saggi anticartesiani di Peirce). Per la lingua bisogna passarci (come disse Basso: l’enciclopedia di Borges sarà anche infinita, ma nel momento in cui devo servirmene la devo leggere), e il problema è che, come ricorda Eco in Segni, pesci e bottoni, “un segno può essere interpretato solo da altri segni”. In questo senso Paolucci parla di enunciazione come segno interpretante: se c’è del senso da sviscerare, bisogna cercarlo nella pratica locale dell’interpretazione, nei rinvii triadici fra autore, opera e lettore (con le opportune sbarre di grafite), per vedere in che modo la voce di non può più dire nulla (l’enunciatore) è stata modulata dalla voce di chi non può dire altro (l’enunciato). Localmente, ogni volta, anti-platonicamente. Non per individuare una Struttura soggiacente, che più che soggiacente sembra sopra-giacente nel beato Empireo delle Idee Perfette: non siamo più alla triennale, alla logica del terzo escluso non ci crediamo più.

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