«Ecceità» è un concetto filosofico antico, riformulato da Deleuze & Guattari nel loroMille piani. La parola deriva dal latino “haec”, questo. La “questità” di qualcosa. “Ecceità” è la configurazione del molteplice qui-e-ora. In queste pagine proustiane, un senso di “ecceità” è reso grazie a una matassa di figure retoriche (si immagini una matassa di zucchero filato multicolore, in cui ombre e sfumature siano prodotte da un intreccio di metafore, ipotiposi, prosopopee, “fallacia patetica” etc.), un super-tropo esteso, utilizzato da Proust per descrivere la disordinata configurazione che il mondo assume intorno al narratore in un momento irripetibile, singolare, senza gerarchie tra ciò che è grande e ciò che è piccolo, tra “sfondo” e “primo piano”, tra umano e inanimato, tra luce e tempo etc. L’ecceità è la caratteristica peculiare della configurazione di un momento. “Siamo tutti le cinque della sera”, scrivono Deleuze & Guattari, riferendosi a una famosa poesia di Federico Garcia Lorca (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías). Assaporiamo un frammento della loro visionaria prosa:
«Tutto il concatenamento individuato nel suo insieme è un’ecceità… Il lupo stesso, il cavallo o il bambino finiscono di essere soggetti per divenire eventi, in concatenamenti che non si separano da un’ora, da una stagione, da un’atmosfera, da un’aria, da una vita. La strada si compone con il cavallo […] Il clima, il vento, la stagione, l’ora non sono di una natura diversa dalle cose, dagli animali o dalle persone che li popolano, li seguono, vi dormono o vi si svegliano […] Bisogna sentire così […] Siamo tutti le cinque della sera o un’altra ora e, semmai, due ore alla volta…» [12] (p. 387)
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