la teoria è in grado di determinare - sulla base di un calcolo delle possibilità - le diverse forme che l'organizzazione di clan può assumere, anche in assenza di un riscontro fattuale per alcune di esse.
La teoria strutturale prefigura infatti, secondo una logica combinatoria, un quadro totale e quindi un numero finito di possibilità, di cui alcune si sono storicamente realizzate ed empiricamente verificate, mentre altre potrebbero essere rimaste mere possibilità teoriche.
Noam Chomsky non ha dubbi circa l'opportunità di procedere a una purificazione logica del sistema linguistico, separando gli elementi esterni che interferiscono con la performance individuale (la parole di Saussure) dalla 'competenza', allo scopo di isolare le "condizioni" che "ogni grammatica [...] deve soddisfare"
Partendo non da una ricognizione a vasto raggio delle varie lingue (asse orizzontale), bensì dal presupposto di un "parlante-ascoltatore ideale" (puro), l'obiettivo è di pervenire alla formulazione di una grammatica universale. Poiché ogni lingua altro non è che una manifestazione particolarizzata di una struttura linguistica generale, "anche partendo dallo studio di una sola lingua - sostiene Chomsky (ibid., p. 447; corsivo nostro) - possiamo arrivare a conclusioni sulla grammatica universale". L'universalismo tipico della sua prospettiva si coniuga in Chomsky con un preoccupante monolinguismo metodologico. L'inerpicarsi lungo l'asse verticale (generalizzazione), abbandonando l'asse orizzontale (esplorazione della molteplicità), ha consentito l'acquisizione di notevoli risultati teorici; ma la formalizzazione della lingua e la priorità conferita all'asse verticale implicano indubbiamente un "prezzo" - a scapito della "realtà concreta fisica e fenomenologica", della "vita", delle "fluttuazioni" e delle "sfumature" - di cui Hjelmslev (v., 1943; tr. it., p. 135) era ben consapevole.
Saussure è consapevole che la scelta del punto di vista crea l'oggetto della linguistica, e che per evitare che esso si riduca a "un ammasso confuso di cose eteroclite", occorre scegliere il lato sociale e la dimensione sistemica (pp. 17-18): soltanto in questa prospettiva emerge l'oggetto 'lingua', separato da ciò che viene definito con termine francese parole (il momento individuale).
La scelta opposta, quella della parole e della diacronia, non consentirebbe di determinare la "vera natura della lingua", ma spingerebbe soltanto ad "accumulare dettagli su dettagli" ovvero a percepire non già la lingua, "ma soltanto una serie di avvenimenti che la modificano" (pp. 27, 33, 109). Al fine di far emergere il 'sistema' Saussure si orienta dunque decisamente verso la lingua anziché verso la parole, e verso la sincronia anziché verso la diacronia. Come avremo modo di vedere, questa non è una scelta obbligata: la prospettiva di Trubeckoj e di Jakobson implica infatti una grossa apertura verso la diacronia. È indubbio però che la scelta saussuriana per il sistema inteso nella sua dimensione sincronica - con conseguente rifiuto o comunque subordinazione della diacronia - costituisce un tratto alquanto ricorrente nello strutturalismo del Novecento (come è dimostrato, in antropologia, dal caso di Claude Lévi-Strauss).
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