Hegel e con Marx, con Gramsci e con Gentile: l’essente è l’esito mai definitivo e sempre trasformabile della prassi umana che si determina oggettivamente. fatum non datur. vs la visione di Nietzsche dell’essente come “volontà di potenza” e culmina nella tecnica planetaria che fa dell’essente puro “fondo” (Bestand) illimitatamente sfruttabile.
idealista trascendentale Fichte tra l’idealistica assunzione defatalizzante della realtà come esito mai definitivo dell’agire umano


rassegnata accettazione dogmatica – vuoi anche nella forma heideggeriana del “destino dell’essere” – dell’oggettività data dell’esistente.
la tecnica come Gestell, di cui gli epigoni di Heidegger non smettono di cantare – ora con sottile compiacimento, ora con rassegnato cinismo – l’onnipotenza, non è altro che il marxiano modo di produzione capitalistico privato però dell’opposizione dialettica, dell’essenza classista e della possibilità del suo superamento prassistico. L’imperativo “proletari di tutto il mondo, unitevi!” reso possibile dalla metafisica del soggetto dell’undicesima delle Tesi su Feuerbach cede, così, il passo al disincantato auspicio heideggeriano “solo un Dio ci può salvare”.


L’orizzonte pratico-trasformativo di Marx cede il passo all’orizzonte depressivo-disincantato di Heidegger e Cacciari.
Se, come diceva Lukács, “ogni sistema filosofico grande ed efficace ha esercitato in certi periodi una funzione sociale molto importante”, non vi è dubbio che la funzione sociale dell’impianto heideggeriano, dalla seconda metà del Novecento ad oggi, è consistita nella sostituzione della concezione dialettica hegelo-marxiana del capitalismo come prodotto storico della libera prassi umana con l’ideologia della tecnica ineluttabile a cui adeguarsi apaticamente, abbandonando ogni progettualità utopica e cedendo alla più cupa rassegnazione depressiva.


L’intreccio del codice di Nietzsche con quello di Heidegger, giocato in rivendicata antitesi con la dialettica hegelo-marxiana, ha storicamente reso possibile, nella seconda metà del Novecento, la conversione di un’intera generazione dal “sogno di una cosa” di Marx al “disincantamento” di Weber, dalla prassi all’abbandono, dall’agire al pentimento, dalla speranza militante alla rassegnazione inerte, dalla prospettiva futuro-centrica all’incubo del presente, dalla dialettica al pensiero debole e negativo. Già nel 1991, scriveva Costanzo Preve: “è dunque facilissimo che un marxista diventi heideggeriano, se appena si convince che l’integrazione della coscienza operaia antagonistica ed il grande potere della scienza incorporato nelle macchine rendono ormai impossibili i sogni di rovesciamento del sistema” (Il convitato di pietra. Saggio su marxismo e nichilismo, p. 99).

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