data dalle differenze, non dalle identità. i mutamenti particolari di un sistema locale (la storia delle forme che via via assume nel tempo): le trasformazioni di cui si tratta sono invece l'insieme strutturale (non storico) delle forme o varianti di cui il sistema locale fa parte. 
 
spiegazione, la quale invece coincide con le regole di trasformazione che consentono di passare da un sistema a un altro. 

 concetto di 'gruppo di trasformazioni'
la spiegazione finisce così col risiedere in un 'altrove' rispetto al sistema locale, poiché è data dalle differenze, non dalle identità. 

concetto di gruppo di trasformazioni
Scoprire due sistemi identici lascia intatto il problema della spiegazione, la quale invece coincide con le regole di trasformazione che consentono di passare da un sistema a un altro. [priorità formale asse verticale più che orizzontale]
Non si comprende un sistema fino a che non si rilevano sistemi differenti e financo opposti e non li si collegano con nessi trasformativi.

Lévi-Strauss non si tratta di svelare chi è l'uomo, bensì di ricostruire "il sistema delle differenze" con cui coincide l'umanità 
L'uomo non si identifica infatti con una sostanza unitaria (uno strato roccioso permanente): l'uomo o meglio gli uomini sono le loro 'differenze'. Tuttavia queste differenze - contrariamente a quanto sostengono le varie forme di relativismo - sono collegabili tra loro, e l'antropologia non si configura quindi come un sapere che si limiti a osservare differenze e peculiarità, lasciandole nei loro contesti locali: si configura invece come un'esplorazione che attraversa le differenze facendole confluire in un sistema generale. Lo strutturalismo di Lévi-Strauss aiuta così l'antropologia a raggiungere il piano dell'universalità; ma l'universalità di cui si tratta è costituita non da identità (elementi che si ripetono costanti nel tempo e nello spazio), bensì da un insieme di differenze e di trasformazioni che consentono di passare dalle une alle altre.
Lévi-Strauss ha provveduto a sottoporre a processi di notevole formalizzazione i materiali d'analisi. Ma il privilegiamento della forma, che pure è presente (come si è visto) in ogni strutturalismo, si incrocia qui con il sapere etnologico: l'intelaiatura formale delle strutture è obbligata ad attraversare e a spiegare differenze che sono in primo luogo etnografiche. Non si tratta dunque soltanto di un mondo di puri possibili: la logica non si sostituisce all'etnologia. Come afferma Lévi-Strauss (v., 1983; tr. it., p. 127), "lo studio empirico condiziona l'accesso alla struttura". L'analisi strutturale viene rallentata, nello stesso tempo in cui viene sostanziata, dal sapere etnologico.
Attraversando le culture, ponendo in rapporto di trasformazione sistemi locali diversi, l'antropologo acquisisce un sapere che non concerne soltanto una pluralità di culture o di sistemi particolari, bensì una matrice mentale da cui si ritiene che essi vengano generati. Allorché l'analisi strutturale raggiunge l'obiettivo della traducibilità dei vari sistemi tra loro, un obiettivo più fondamentale e ambizioso appare quindi all'orizzonte dell'antropologo, ovvero la determinazione di ciò che Lévi-Strauss chiama di solito "spirito umano". 
miti significano lo spirito" e dove l'autore dichiara di voler redigere "a partire dall'esperienza etnografica [...] un inventario dei recinti mentali", "i lineamenti di una struttura anatomica generale" dello spirito umano
Ma allora perché affidarsi all'etnografia, che inevitabilmente attarda, con l'infinita variazione dei costumi, questo "cammino verso l'astrazione" (v. Lévi-Strauss, 1967; tr. it., p. 516), verso le condizioni universali del pensiero umano? Perché non affidarsi piuttosto alla logica o alla filosofia? Il filosofo - risponde Lévi-Strauss - cerca di pervenire alla delineazione di un intelletto universale assumendo "come principio di riflessione le condizioni d'esercizio del suo proprio pensiero, o di una scienza che è quella della sua società e del suo tempo", accontentandosi "nel migliore dei casi [...] di una rassegna sommaria, limitata a una piccola parte del globo e a qualche secolo della storia delle idee" (v. Lévi-Strauss, 1964, tr. it., p. 26, e 1983, tr. it., p. 126). Al contrario, l'antropologo intende allargare la base delle sue osservazioni e "all'ipotesi di un intelletto universale [...] preferisce l'osservazione empirica di intelletti collettivi", giacché i sistemi posti in luce dall'etnografia "rappresentano tutta la gamma delle variazioni possibili in seno a un genere", e tra essi "egli sceglie quelli la cui divergenza gli sembra più accentuata" (v. Lévi-Strauss, 1964; tr. it., p. 26).

il principio non è l'identità, ma il fascio delle variazioni possibili, la matrice delle trasformazioni e delle opposizioni.
natura umana non consiste in un insieme di "strutture già pronte e immutabili", bensì in un insieme di "matrici da cui si generano certe strutture" che, pur appartenendo tutte a un medesimo insieme, non per questo "debbono rimanere identiche [...] in ogni tempo e in ogni luogo" [matrice fluttuazioni quantistiche ]
 Il concetto di trasformazione prevale dunque - anche a livello di natura umana - sul principio dell'identità e dell'unicità.  differenzaVSidentità
Alla base non vi è una forma delle forme (l'Urphänomenon di Goethe), ma la trasformazione, non l'identità, ma la produzione di differenze. E alla base di ogni sistema particolare risulta esservi - per Lévi-Strauss, come per Jakobson, come un po' per tutti gli strutturalisti - una selezione, una scelta, la quale rende sempre particolare un qualsivoglia sistema. Per questo motivo, nessun sistema può essere di per sé universale e nessun sistema può pretendere in quanto tale all'universalità.

Nessun commento: