Il greco non spera, il greco sa, tende a sapere; colui che spera si configura come contrapposto a colui che sa, nella misura in cui chi sa è conseguentemente titolare di un potere, e chi può fare o non fare non ha motivo di sperare. Il greco tutt’al più parla di buona speranza, in termini cioè morali, legata a un buon senso comune: la speranza, cioè, che la buona vita che conduco comporti un proseguimento della vita, che la virtù doni immortalità.
Il primato del sapere è quanto di più attuale vi è nella civiltà occidentale, fondata scientificamente su ciò che sappiamo, sui dati che disponiamo, in perfetta conseguenza-deriva dallo spirito greco. L’essere potenti e il sapere eliminano, ab origine, la speranza. Su questo punto preciso, con il confronto con Atene, ci viene incontro il messaggio di Gerusalemme sulla speranza. Il portavoce di questo messaggio è Paolo di Tarso, il quale è pienamente consapevole della domanda che un greco farebbe dinanzi all’annuncio cristiano: qual è il fondamento della tua speranza? Paolo dà conto della speranza a partire da questo interrogativo greco, ponendosi come autentico padre fondatore di quella che oggi si chiama inculturazione della fede. È necessario un fondamento certo, sicuro, saldo. Quale fondamento allora per la speranza annunciata da Paolo? Quello della fede, del rapporto rinnovato, restaurato, fra Dio e l’uomo. Di cosa parla invece Paolo quando accenna alla disperazione dei pagani? Egli, secondo Cacciari, si riferirebbe alla loro infinita ricerca di conoscenza, al loro radicale interrogare, allo scetticismo su ogni cosa: tutto ciò è senza fine perché mai può esservi un termine per questa ricerca. Il greco problematizza sempre; anche quando giunge ai principi primi, ai dogmata, essi sono ri-discussi, ri-pensati. La disperazione dei pagani per Paolo, è essere privi di un fondamento sicuro su cui procedere, e del resto, il termine latino spes, rimanda direttamente a qualcosa che dà piede, che consente di camminare. Questa inquisitio greca, può essere veramente definita o accostata alla disperazione? Secondo il filosofo veneziano no.
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