Linea retta egizia 
Linea organica assira o greca
Linea inglobante o sovrafenomenica cinese
Lungi dal ricercare vecchi e nuovi soggetti universali, si dovrebbero piuttosto indagare i processi, tesi e conflittuali, di produzione delle condizioni comuni che possono indicare la via per nuovi modi di abitare il mondo. Tutto questo, nel tempo dell’“antropocene”, è forse più urgente che mai[66].
Ed è facile vedere che stiamo parlando di elementi che, lungi dal caratterizzare soltanto il capitalismo “storico”, sono piuttosto costitutivi del capitale globale contemporaneo. Una volta liberato dal legame unilaterale con il lavoro salariato “libero” e considerato come vita nella sua veste potenziale, il concetto di forza lavoro può essere d’altro canto perfettamente utilizzato per dar conto della “cattura” del valore prodotto dalla cooperazione sociale al di fuori del processo di produzione, che sempre di più caratterizza il capitale finanziario; esso consente inoltre di comprendere criticamente la diffusione del lavoro non pagato nel contesto dei contemporanei processi di precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro[63].


se teniamo a mente la definizione marxiana di forza lavoro, e in particolare il fatto che essa sia inseparabile dal suo “portatore”, ovvero dal corpo vivente del proletario, è piuttosto facile capire che è logicamente impossibile vendere la forza lavoro come una merce sul “mercato del lavoro”. L’atto stesso della vendita presuppone l’alienazione di un bene, e questa alienazione avviene soltanto nel caso che Marx tentava di rimuovere dalla dinamica standard del capitalismo moderno, cioè nel caso della… schiavitù[60]. Certo, Marx notoriamente aggiunge:

“la continuazione di questo rapporto esige che il proprietario della forza lavoro la venda sempre e soltanto per un tempo determinato; poiché se la vende in blocco, una volta per tutte, vende se stesso, si trasforma da libero in schiavo, da possessore di merce in merce”[61].
Mediante la distinzione tra forza lavoro e lavoro Marx credeva di avere finalmente gettato le fondamenta di una teoria del rapporto tra capitale e lavoro in grado di cogliere tanto le peculiarità del capitalismo moderno, basato sul lavoro “libero” e non sulla schiavitù, quanto la realtà di sfruttamento implicata in quella relazione. Contrariamente all’indifferenza professata da molti “marxisti” nei confronti del diritto, considerato un elemento meramente “sovrastrutturale”, esso giocava un ruolo essenziale nell’argomentazione marxiana. “Affinché il possessore della forza lavoro la venda come merce”, scrive Marx,
“egli deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona. Egli si incontra sul mercato con il possessore di denaro e i due entrano in rapporto reciproco come possessori di merci, di pari diritti, distinti solo per l’essere uno compratore, l’altro venditore, persone dunque giuridicamente eguali”[59].
Il proletario, scrisse Engles nel 1845 nella Condizione della classe operaia in Inghilterra, è “di diritto e di fatto schiavo della borghesia, la quale ha su di lui poteri di vita e di morte”
convincentemente mostrato come i concetti marxiani di classe operaia e lavoro siano stati costruiti su di un singolo segmento della popolazione lavoratrice mondiale e non siano dunque in grado di cogliere le differenziate realtà e soggettive esperienze del lavoro dipendente nel contesto capitalistico. Roth e van der Linden sottolineano inoltre quanto bisognerebbe essere consapevoli del fatto che anche la cruciale distinzione tra lavoro e attività nemmeno esiste in numerose lingue non europee, rendendo problematico un loro uso “trans-culturale” – il che naturalmente non implica che ciò sia impossibile
Questo è il motivo per cui il concetto di forza lavoro, in questa mia lettura che è al contempo dentro e oltre Marx, non ci ricondurrà né ad un astratto concetto di lavoro né ad un immagine universale della classe operaia come soggetto politico omogeneo. Tanto l’offerta di forza lavoro quanto il suo sfruttamento da parte del capitale possono aver luogo attraverso una molteplicità di percorsi – che corrispondono all’eterogeneità dei modi di cattura e di sussunzione sui quali ho insistito in precedenza. Tutto ciò comporta che sia possibile utilizzare il concetto di forza lavoro senza riferirsi necessariamente ed esclusivamente al contratto di lavoro salariato e all’astratto e universale modello del “soggetto titolare di diritti”.
Ciò che rende il concetto di forza lavoro particolarmente importante nel contesto della nostra riflessione sulla costituzione del soggetto è il fatto che essa illumina ulteriormente il necessario processo di separazione (di astrazione) delle “capacità fisiche e mentali” dal loro “contenitore” (il “corpo vivente”) che logicamente precede il rapporto capitalistico di produzione. Questo processo di separazione taglia ed attraversa i corpi umani e le “anime” (“cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani”, per citare ancora Marx)[55] nella scena della cosiddetta “accumulazione originaria”. Tuttavia una lettura “non-storicista” di questa scena ci ha già condotti a rinvenire le tracce della sua continua ripetizione lungo l’intero corso dello sviluppo capitalistico. Per quanto la tensione tra vita e morte (con il “lavoro morto” accumulato nella forma del capitale che impone la propria norma astratta per “vampirizzare” il vivente) risulti ora incorporata nel concetto di forza lavoro, il lavoro vivo continua comunque a porsi come necessario eccesso – come un fuori costitutivo del rapporto di capitale stesso, si potrebbe forse dire.
Sebbene il concetto di “forza lavoro” sia stato spesso considerato (e gettato in discredito) come “economicistico”, ritengo che sottolinearne le dimensioni “biopolitica” e “potenziale” possa consentirci di sviluppare e approfondire ulteriormente l’analisi delle tensioni, della violenza e delle linee di antagonismo e conflitto che emergono dall’iscrizione della vita nel concetto di capitale. L’opposizione stessa tra approcci “economicisti” e “culturalisti” dovrebbe risultare superata una volta riconosciuta la cattura sulla vita, nonché il comando su di essa, nella sua forma potenziale, come trama essenziale su cui si distendono i rapporti sociali all’interno del capitalismo. E la produzione di soggettività potrebbe emergere come terreno privilegiato per le indagini critiche sul capitalismo, tanto dal punto di vista storico quanto da quello del nostro presente. L’opposizione tra denaro e forza lavoro è per Marx, come sappiamo, l’opposizione tra due modalità di soggettivazione interamente differenti: quella in cui la relazione del soggetto con il mondo è mediata dal “potere sociale” accumulato nella forma del denaro e quella in cui la relazione del soggetto con il mondo dipende dalla sua “potenza”. Considerati sotto questa luce denaro e forza lavoro, il confine stesso tra economia e cultura sembra vacillare[54].