abbiamo visto Leopardi rivolgersi all’Italia, al Mai, alla sorella; alla sua Donna, a Silvia, al Pepoli; lo abbiam visto rivolgersi alla Primavera, alla luna, alle stelle; a se stesso, ad Aspasia, al candido Gino. Lo abbiamo visto persino rivolgersi al passero solitario, ipostasi animale ed arazionale del poeta. Lo vediamo ora abbassarsi ad apostrofare un vegetale, la lenta e odorosa ginestra; lo vediamo non più «erta la fronte e armato e renitente al fato». Non più nemmeno il «tronco che sente e pena». L’ultima ipostasi del poeta è qual egli la desiderava: non renitente, innocente, non piegata codardamente, ma nemmeno orgogliosamente eretta. E, finalmente, saggia, non più malata del male edenico dell’uomo: l’egocentrismo.
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